Installazione

1998

Milano

Frozen Show

Nella società contemporanea convivono tutti i possibili comportamenti e metodi di produzione dentro ad un sistema di merceologie e informazioni solo apparentemente contraddittorio.

L’enorme massa di differenze che la metropoli produce e di cui è fatta, è più apparente che reale. Le diversità formali che essa contiene sono il segno della diversità umana e spirituale degli uomini che la abitano, ma tale diversità non è che la metafora del  diritto di esistere dell’essere, il segno di una sostanziale unità del sistema, unità costituita da infinite varianti di se stessa.

Nel mondo artificiale in cui siamo immersi, un’infinità di oggetti piccoli e grandi, utili e inutili, belli e brutti, costantemente ci circondano e quotidianamente entrano in relazione con noi. Un universo sterminato ed eterogeneo di prodotti, di merci, di artefatti che a getto continuo vengono creati e offerti al mercato in attesa di essere consumati per far spazio ad altri sempre più nuovi,  più performanti, più convenienti e convincenti, e ad una serie infinita di loro possibili varianti.

Una merce, quella contemporanea, che è andata via via assumendo significati simbolici ed emozionali ben al di là del semplice valore d’uso ed ai quali sempre più spesso si sovrappone una produzione di senso costruita ad arte intorno all’oggetto che contribuisce a delineare un panorama quanto mai prima d’ora complesso e caotico. Il valore d’uso e l’esperienza qualitativa degli oggetti vengono sostituiti da una tecnocrazia della sensualità che è strettamente connessa ad un processo di astrazione il quale conferisce una grandissima importanza all’involucro e all’immagine pubblicitaria.

Nell’universo dominato dalle merci il mettersi in mostra e le modalità dell’esposizione diventano quindi di primaria importanza, sia che ciò avvenga nelle vetrine dei negozi sotto casa sia attraverso la comunicazione dei mass-media o degli strumenti informatici di acquisto on-line.

È questo un modo di presentazione che procede per stratificazioni di significati, per riferimenti multipli, per sovrabbondanza di rimandi estetici; una fiera della vanità che stordisce per ricchezza e varietà il consumatore allontanandolo dalla percezione dell’oggetto per quello che è nelle sue componenti materiali ed immateriali.

L’operazione che si intende affrontare è quella di una riduzione ai minimi termini del procedimento dell’esibizione senza snaturare la merce, indissolubile commistione di ciò che è e di ciò che rappresenta. Dare voce ad un sentire differente che consenta l’accesso ad una emozionalità astratta sempre disponibile e piena di sorprese. Un intervento guidato da scelte generali e particolari di natura più culturale che logica, intuitiva che razionale. Non si pone il problema di una generica qualità migliore delle cose, ma cerca di toccare le cose come esse sono organizzandole per relazioni nuove e non per forme nuove.

La necessità è quella di rifondare il sistema espositivo dall’interno dell’oggetto, dalle sue caratteristiche e dalle sue specificità, un oggetto ripiegato su se stesso che racchiude in sé tutto il suo potere comunicativo. La ricerca di un ordine comune che è cristallizzato nella merce, in ogni prodotto ed in ogni elemento, non un’interpretazione personale ed arbitraria di quest’ordine.

Questa disposizione interna riduce l’oggetto merce ad unità base, a particella costitutiva della percezione umana, a componente minima di una classificazione completamente spersonificata ed asettica perché ha i contorni del metodo scientifico classico, il quale seleziona gli elementi universalmente conoscibili e misurabili.

È un processo che, rinunciando ad ogni rappresentazione e narrazione, disperde i significati mistici e annulla i meccanismi rituali della presentazione attraverso un ordinamento scientifico che diventa esposizione nei termini della disposizione sistematica.

Le merci, sottratte alla teatralità e alla spettacolarizzazione dell’esibizione, diventano elementi di un assemblaggio non più funzionale ma freddo e oggettivo. Una ricombinazione diversa delle cose per aprire nuove connessioni conoscitive e ambientali. Un progetto che tenda all’inespressività dei singoli elementi e che crei processi diversi di aggregazione, un rimontaggio sereno fuori dalle antiche relazioni di valore e di uso. Una riduzione non minimalista ma una proposta di spazi totalmente artificiali, convenzionali, frutto di una libera scelta e non di una imposizione funzionale o tecnologica.

Le dimensioni fisiche, il peso, il colore, il tipo di materiale, ossia le categorie tassonomiche prese in prestito dal metodo di osservazione scientifica, rappresentano il nuovo criterio di scelta per una ricostruzione e ricombinazione degli oggetti che da luogo a relazioni inedite. Sono le stesse merci che, estrapolate dal panorama della riproducibilità e del consumo, vengono trapiantate nel corpo della vetrina.

L’esposizione merceologica viene così destrutturata e ricostruita per dar luogo ad un’accumulazione di oggetti che fornisce informazioni sul semplice stato delle cose, una scelta nell’assortimento e nel campionario delle merci che trova giustificazione e significato come combinazione di insiemi e relazioni. Associazioni in cui le cose sono congelate, non hanno spessore né identità perché avulse da un disegno preconfezionato e da qualsiasi rappresentazione finalizzata, ma hanno la capacità comunicativa e persuasiva connaturata alle cose.

Nei nuovi espositori, parallelepipedi di vetro dalla semplicità minimale, gli oggetti perdono ogni utilità, sospesi nell’impossibilità di partecipare al meccanismo del commercio, per tornare a mostrarsi per quello che sono, uno accanto all’altro, uno uguale all’altro.

Il ritmo regolare della sequenza degli espositori si scontra così, senza emozioni, con l’artificiale vitalità delle vetrine che si protendono spasmodicamente sul corso.

 

In collaborazione con l’arch. Lapo Lani